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“La guerra al fentanyl si allarga ma ormai è difficile localizzare un nemico”, l’analisi.

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Secondo un nuovo rapporto dell’intelligence statunitense, l’India sarebbe un attore crescente nel commercio illecito di fentanyl, da considerare tra i principali fornitori di precursori chimici per la sintesi della sostanza. Una designazione, riporta la ‘Cnn’ online, che probabilmente susciterà allarme a Nuova Delhi, poiché il presidente Usa Donald Trump sta applicando dazi sui Paesi che accusa di non fare abbastanza per impedire che il farmaco mortale, quando usato fuori dalla legalità, entri negli States. Ma è una strategia che può dare i frutti sperati? Esprime dei dubbi Riccardo Gatti, medico specialista in psichiatria e psicoterapeuta, da anni al lavoro sul tema delle sostanze psicoattive, delle dipendenze e delle dinamiche che portano al consumo. “La guerra del fentanyl si allarga – conferma – Messico, Canada, Cina, e ora anche l’India”. Ma sembra esserci “una (apparente?) ingenuità degli Stati Uniti nel non rendersi conto che, con il progressivo passaggio alle droghe sintetiche, prodotte in laboratorio, è sempre più difficile localizzare un ‘nemico’ in un Paese che favorisce o non ne ostacola la produzione”.

“È abbastanza ovvio – evidenzia all’Adnkronos Salute – che i primi indiziati siano Paesi che hanno una forte capacità tecnologica di produrre farmaci, ma la realtà è che questo tipo di produzione, anche di precursori, non ha bisogno di coltivazioni agricole, ma solo di laboratori attrezzati e può avvenire ovunque. Non so, perciò, come proseguirà questa vicenda. Messico, Canada, Cina ed ora anche l’India, sono stati messi sotto accusa dagli Usa, in relazione al traffico di fentanyl, ed è in corso una offensiva politica ed economica che potrebbe allargarsi. E, attenzione, se altre nazioni dovessero seguire questo esempio, considerando i percorsi delle droghe nel mondo, comprese quelle che l’Europa manda altrove, per esempio in Africa, il rischio è che tutti si trovino contro tutti. Intendo tutti i Paesi del mondo, contro altri Paesi del mondo. Oggi si combatte con dazi contro dazi, ma ci sono molti altri modi di combattere”.

Il rischio di queste offensive, conclude, “è che le conseguenze vengano pagate dai cittadini dei diversi Paesi coinvolti, con ovvia maggior sofferenza di quelli più poveri. Più difficile è capire se produttori e trafficanti di droga ne ricavino qualche difficoltà – chiosa – oppure se, in una situazione complicata di conflitto economico e politico generale, non abbiano in realtà modo di incrementare ulteriormente la loro influenza e di proseguire verso una progressiva globalizzazione dei traffici, incrementando la diffusione dei loro prodotti. Questo in un mondo in cui ciascuno sembra trincerarsi dietro confini reali o simbolici che riesce sempre meno a presidiare, come stanno dimostrando – loro malgrado – proprio gli Stati Uniti”.

Fonte: adnkronos.com

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